
Sei del pomeriggio di fine gennaio, fuoriesco dal sottosuolo napoletano. Il treno non ha accumulato ritardo ed anche la metropolitana non mi ha fatto attendere a lungo. Non ricordo bene quale sia il vicolo dove abita Daniela. E’ molto vicino alla Stazione Museo. Ho troppe borse come al solito: zaino per il computer, valigia con tracolla, tubo per i disegni. Cammino lungo i giardinetti, attenta, guardando ogni tanto a sinistra. Riconoscerò la mia traversa, ai confini con la Sanità, dall’insegna del negozio di cibo indiano che, al contario, ricordo benissimo. Poche persone mi vengono incontro. Passa una macchina della polizia a sirene spiegate e ,che strano, un gruppo di ragazzini scappa verso l’interno allontanandosi dal bordo della strada come se temesse la polizia.
Ecco il mio vicolo!
“Dacci sessanta centesimi o ti spruzziamo con le bombolette!”.
Sono accerchiata.
Ora capisco perché quei cinque si sentissero coinvolti dalla presenza della polizia! Non sono ancora dei criminali ma si stanno impegnando per diventarlo!
Non posso credere a quello che vedo e che sento: un’estorsione di sessanta centesimi, a mano armata, in piena regola! Soprattutto, mi chiedo, perché sessanta e dico sessanta centesimi? Sono una strana cifra. Cosa nasconde questa scelta? Si saranno messi d’accordo tra loro su quanto chiedere prima di tentare il colpo? O è stata una trovata estemporanea del boss che comanda il suo miniclan? Cinquanta centesimi forse potevano sembrare una richiesta troppo misera anche per dei dilettanti, un euro una pretesa eccessiva considerando la semplice minaccia di ricoprirmi di schiuma bianca. Voglio credere che non abbiano alzato la posta per un residuo di scrupolo morale, per essere ancora dei bambini che attribuiscono valore alle monetine, per la consapevolezza che stiano facendo qualcosa di sbagliato, che non possano tirare troppo la corda. Conservo un’inguaribile fiducia nel genere umano.
Che fare?
Appaiono rapide nella mente le innumerevoli volte in cui ho rischiato o sono stata effettivamente vittima del carnevale napoletano. So che non scherzano. Questi davvero colpiscono. E la cosa mi seccherebbe tantissimo. Devo ammettere che il carnevale si sia arricchito di una novità, il gioco della prepotenza fine a se stessa ma giustificata nei giorni più goliardici dell’anno ha trovato sbocco nella ricerca di denaro.
Sono un po’ pavida. Non contrappongo un’inutile aggressività, neanche verbale, al loro tentativo di rendere più interessante e redditizio il periodo di carnevale. Ingegnosa trovata per recuperare i soldi degli spray, ma trascorso il periodo o l’età delle bombolette passeranno ai coltellini? Dai modi non mi stupirei. Frugo vaga nel cappotto, sapendo bene di non trovarci spiccioli.
Tiro fuori un biglietto del treno, per mostrare il contenuto delle mie tasche. Dico di non avere nulla.
Il ragazzino apparentemente più piccolo, smilzo, coi capelli ingelatinati attaccati alla fronte, fila laterale, denti sporgenti, sguardo aggressivo, in napoletano stretto, rivolgendosi al capo cicciottello che punta fermo la sua bomboletta contro di me, dice: “ E ja, lasciamola andare, poverella, ja, è italiana”.
“Sei italiana, vero?” “Si, sono italiana.” “ Ma sei sicura?” “ Si certo, sono italiana.”
Ma come gli sarà venuto in mente che possa essere straniera, le borse forse mi confondono con una turista o l’accento beneventano suona già straniero a Napoli?
Il boss non è ancora convinto. Il ragazzino smilzo insiste: “ E ja, lasciamola andare.”
E’ inutile cercare la fuga, sarebbe un modo per dire: rincorretemi e colpitemi.
Il cicciottello mi scruta per bene, forse come capo è ancora alle prime armi (in tutti i sensi), probabilmente teme che lasciarmi andare sia il primo segno di una mancanza di potere, ci tiene alla sua autorità e si vede. Chissà come se la sia conquistata.
Finalmente arriva il parere positivo del boss: “Può andare, ma solo perché è italiana.” La cosa mi sgomenta. Tutto sommato appartengo al loro gruppo e perciò godo della loro benevolenza. La logica del branco e del clan mi salva.
Mi salutano dicendo con tono di rivalsa: “comunque... si nu cess’.”