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13/11/09

An Ending

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Recorded in 1983 for a documentary called For All Mankind, directed by Al Reinert. This film’s release was delayed until 1989. By that time several tracks on the album were omitted from the soundtrack and replaced by other pieces by Eno and other artists.

CD TRACKS

Always Returning

Drift

Silver Morning

Stars

Under Stars

The Secret Place

An Ending (Ascent)


FILM TRACKS

Sirens

Theme for "Opera"

Fleeting Smile

Tension Block

Asian River

Quixote

4-Minute Warning

For Her Atoms

Eno relates that when he watched the Apollo 11 landing in 1969 he felt that the strangeness of that event was compromised by the low quality of the television transmission and an excess of journalistic discussion, and that he wished to avoid the melodramatic and uptempo way it was presented. For All Mankind was originally intended as a non-narrative collection of NASA stock footage from the Apollo program. The non-narrative version with the Eno soundtrack was released on video in 1990 by the National Geographic Society. An alternate version was also released by NASA featuring audio interviews but omitting the Brian Eno soundtrack

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23/12/08

Precipitazioni

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Da noi non è mai entrato, né vivo né morto. Pure in questo modo a Natale marcavamo la nostra separazione dalle usanze: niente capitone. E' la femmina dell'anguilla, che non torna a mare e resta in acque interne ad ingrassare. Nelle tinozze della pescheria i capitoni roteavano in bolgia di dannati, anime scivolose che i diavoli afferravano con un retino e incartavano vive dopo la pesata. Alcune si sfilavano nel passaggio di mano, sgusciavano tra i piedi in cerca del mare. C'era, ma irrangiungibile anche per noi, stivati nel groviglio di vie della città vecchia. Il mare ci arrivava col vento di libeccio che risaliva i vicoli di corsa passando sotto infissi sgangherati. Portava aria salata e fumo di fusioni di altoforni che metteva ruggine in bocca, gusto vicino al sangue. Il libeccio condiva la città. Napoli era uscita decrepita dalla guerra. Tram e botteghe, scarpe e strade erano avanzi di consumazione. Niente era nuovo, di vernice fresca, nemmeno il quotidiano di giornata, che riportava notizie tristi, di seconda mano. Serviva ad incartare i capitoni. Vecchi erano pure i bambini, esperti di fame e incalliti in faccia a imitazione degli adulti. Svelti a scansare i colpi che calavano amari sul loro cranio rasato anche d'inverno, per via dei pidocchi.
(...)
Era bella Napoli quando pioveva. Allora i capitoni eravamo noi e strisciavamo lucidi ed impacciati come anguille fuori dall'elemento. Allora ammassati sotto portoni, come quelle nelle tinozze, invidiavamo i forniti d'ombrello. Chi ne aveva uno ne offriva metà al rifugiato sotto un balcone, un cornicione. La pioggia accoppiava la gente. Era bella Napoli strigliata a ondate rotolanti dal rialzo del vicoli verso la marina. Un capitone in fuga poteva trovare la via del mare, invece di finire spezzettato e fritto ancora vivo. ''Chisto nun more mai'', questo non muore mai, diceva fino a fine cottura chi se lo cucinava. Era bello il selciato il lastroni di pietra che pigliava l'aria di ripassato a cera. E belli pure noi, fradici stoccafissi, triglie, sogliole, cefali ed alici, tutt'una zuppa di pescati fuori tana dalla retata dell'acquazzone. Era Napoli sdrucciola, sciuliata, strofinata sceriata, senza panni tra le case, solo cielo e muri, muraglioni che spingevano gli occhi verso l'alto per togliersi dallo stretto. Sotto la pioggia alzavo la faccia al cielo e me lo facevo piovere addosso ad occhi chiusi per quei pochi secondi, prima che un adulto con uno strattone mi rimetteva a posto. ''Stu guaglione pare 'na maruzza'' (queso bambino sembra una lumaca), ''caccia 'a capa fore quanno chiove'' (mette la testa fuori quando piove).
Mi piaceva la pioggia ed il cupo delle nuvole, il cielo somigliava alla strada. Da cresciuto, il vantaggio di viaggiare in aereo è di frequentare le nuvole, vedere come stanno, e come fanno con le decine di gradi sottozero, e il sole sopra, e il vento che a una quota le arriccia e a un'altra le alliscia. Da bambino le pensavo pelose come l'ovatta, invece sono di bordi netti come il ricciolo del burro.
Pure chist'anno chiove pe' Natale, preferisco il verbo napoletano che fa chiovere e schiovere, anzichè 'piovere' e 'spiovere' e fa chiagnere, anzichè 'piangere'. Vo chiove, 'vuole piovere', diceva la gente gocciolante al banco della pescheria, poi cacciava di tasca i fogli di carta moneta, larghi come tovaglioli, da piegare in quattro. Passavano di mano, pigliavano l'odore della merce: baccalà, caffè, pane. Bella Napoli fradicia, gli starnuti rigovernavano il naso avvelenato dai più insolenti odori. Nelle ore di pioggia la città svecchiava, diventava nuova come l'aria. Poi un ultimo scroscio se ne andava al largo a sprecare la sua bella forza spazzolona sopra il mare già di suo pulito e strofinato a bianco.
Senza capitone a noi sembrava poco, sicchè si facevano per Natale altre astinenze: niente presepe, niente Epifania. Ci spettava invece lo spaesato abete con le pallucce fragili ed i pacchetti ammucchiati sotto, al posto di radici. Per me Gesù nasceva tirolese, era là che avevo incontrato gli abeti e la neve. E non era strano lassù nascere nella stalla, ch'era il posto più caldo per via del fieno e del fiato materno delle mucche. A Napoli Gesù finiva nato in un cartone di presepe, addobbato con sughero e col muschio che da noi non manca, perchè i vicoli ne producono di bello gnfio e vivo, per la perfetta umidità costante, come quella dei boschi di un versante nord.
(...)
Il presepe è una volontà di ridurre in miniatura. E' un gioco i bambini che inventano di rovesciare le proporzioni e diventare giganti. Si goca al presepe per mettersi dalla parte del burattinaio, far muovere i cammelli, avvicinare stelle, assistere alla recita dei minuscooli, che all'insaputa loro stanno nell'imboscata di un'attesa.
(...)
Senza presepe sono cresciuto a riparo dalla fantasia toccata a Gulliver, di essere colossale davanti ad un teatro di minimi. In tutte le altre case intorno, sopra e sotto, si allestiva al suono di zampone l'arrivo di Gesù e dell'ora zero della sua epoca esclamata come ultima. Da allora ha accumulato la bellezza di duemila Natali, a Napoli quasi tutti inzuppati.

Erri De Luca
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21/12/08

trasloco 1999 - rap nostalgico

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26 - 30 Maggio 1999 - Ultima settimana a Napoli!

Rit. Lascio, scappo, fuggo via,
fuggo via dalla tua allergia/allegria.

Lascio questa città
che mi accolse otto anni fa.
Come altre volte in passato
sono qui a fare bagagli con scatole
e scatoloni, uno stereo ingombrante
e un piumone avvolgente;
quante freddi notti mi ha donato calore
e quante volte intimità dopo aver fatto l'amore;
raccolgo cianfrusaglie: flyers, fogli, penna,
foto, libri, posters, nastri e cd,
cazzate, ricordi, nostalgia mi piglia
mentre vado via di qui.

Rit.

Lascio questa città
do' sole, 'a pizza e o'mandulino,
di Maradona, S. Gennaro e Bassolino.
Lascio il vecchio e il nuovo
senza sapere quello che trovo;
e non parto per un viaggio, né per una vacanza,
non vado da qualcuno di cui sento la mancanza;
parto senza destinazione, senza una meta,
la strada non mi viene indicata dalla stella cometa,
non ho una montagna da scalare,
né un fiume da guadare;
vado via, ma non indosso panni da viaggiatore,
a spingermi non è il desiderio di un esploratore.

Rit.

Napoli ti resta appiccicata sulla pelle,
con le sue contraddizioni, la sua bontà
e la sua indifferenza, la sua omertà
e i suoi inciuci; la sua epicurea gente
ca nu bbò fà niente,
e a'o' tiempo stesso si inventa mille
mestieri, così per pariare, o per
tirà a campà;
il suo qualunquismo, il suo opportunismo, il suo assenteismo,
la strafottenza, la violenza,
dove devi camminare cu'na mano annanz' e una arret',
addò nun te serve na precia
statt' accuort'nun te fa fotte.

Rit.

Lascio questa città,
ci lascio una ragazza
che a sua volta mi ha lasciato,
ci lascio amici, che troppe volte per lei ho solato,
altri, che opportunisticamente mi hanno sfruttato,
amiche, da cui (che stupido!) sul più bello sono scappato,
altre cui (che coglione!) non mi sono mai dichiarato
o (che ingenuo!) l'ho fatto nel momento sbagliato.

Rit.

Lascio macchine che mi hanno schiacciato,
cani che mi hanno addentato,
libri che mi hanno acculturato,
droghe che mi hanno sballato,
strade e piazze per le quali si è fumato
persone da cui sono stato amato
altre da cui sono stato emarginato;
locali in cui si è festeggiato,
case che mi hanno ospitato,
feste alle quali mi sono annoiato,
professori che mi hanno ignorato;
il sole e il caffè che al mattino mi hanno dato allegria,
la luna e le stelle che nelle notti insonni mi hanno fatto compagnia;
mille episodi e situazioni
che mi hanno regalato ... emozioni.
Ora non sto qui, a mettere in rima tutti i nomi di quelli che vorrei
salutare
ma se chiudo gli occhi per un istante ...
... le vostre facce riflesse nella mente
per ciascuna un ricordo importante.

Rit.

Lascio questa città
e parto con uno zaino pieno di ricordi ed aspettative,
impresse nell'animo come fotografie,
porto sulla pelle i segni del tempo che è passato
in una tasca i capelli che ho colorato
sulle ginocchia le cicatrici per una caduta in moto
e la rabbia per mille storie che ho bruciato.
Nel palmo della mano ho un solco che so decifrare soltanto a metà,
parto e lascio questa città.

C'è luna piena stasera, ancora una volta catalizzatrice di eventi
fasti o nefasti comunque punti fermi, accidenti.

Cerco il tasto per il reset dei miei pensieri,
forse è nel ricco sorriso della ragazza conosciuta ieri.

Addio Napoli
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